LA WHISKY WEEK: gli Itinerari del Whisky, una Passeggiata con Davide Terziotti

In questo articolo di My Whisky Side un’intervista a Davide Terziotti di Whisky Club Italia, sulla Whisky Week, il mondo del whisky e la sua evoluzione tra sperimentazione e tradizione, nuove generazioni e stereotipi superati e da superare.

Ciao Davide, permettiti di presentarti: chi sei e perché ti spendi tanto per il whisky? 

La battuta è scontata, ma direi che più che altro spendo tanto per comprarlo. Faccio un salto indietro. Il mio amore per il whisky nasce non ancora ventenne, per cui siamo a inizio anni ’90. Durante l’Interrail visitai la distilleria di Ord. Il tour era in inglese ma ci diedero un foglio stampato in italiano piuttosto sgrammaticato che poi sistemai sul mio computer una volta tornato a casa. Da lì iniziai a studiare e a comprare bottiglie. Tornai altre volte a visitare distillerie e nel 2008 ho aperto il primo blog in lingua italiana sul whisky, Angelshare.it. La svolta comunque è stata poter incontrare le persone nei vari festival e, nel 2014, iniziare l’avventura con Whisky Club Italia. Sul perché mi spenda, considerando che mantengo un lavoro che nulla ha a che fare col whisky, è semplicemente perché mi piace e mi dà delle soddisfazioni. Se avessi visitato una distilleria di Armagnac, magari, le cose sarebbero andate diversamente.

Com’è andata la Whisky Week di Como? Cosa ci aspetta a Treviso e soprattutto: una tappa nel centro Italia?

Avevamo da diverso tempo in mente di fare un evento del genere, quasi casualmente abbiamo avuto la possibilità di avere a disposizione la bellissima Villa Revel Parravicini, affacciata direttamente sul Lago di Como. Anche se avevamo una soluzione alternativa in caso di pioggia, il meteo ci ha dato una mano e domenica è stato bello rivedere i sorrisi delle persone con un bicchiere in mano e dietro i banchi dopo oltre un anno e mezzo di chiusure. Tanti amici ma anche tante facce nuove. Una boccata di ossigeno per tutti. Non è invece stato un caso che la prima Whisky Week si sia fatta fatta proprio a Como: là è nato il nostro primo Clan di Whisky Club Italia ed è rimasto sempre uno dei più attivi e propositivi.

Riproporremo la formula in altre città, il prossimo appuntamento è a Treviso, altro polo dove c’è un Clan è molto attivo: appuntamento per la terza settimana di Ottobre con chiusura il 23 e 24 ottobre all’Opendream, un edificio post industriale molto ampio e funzionale.

Non possiamo ancora annunciare nessuna data per il centro e il sud Italia ma ci stiamo lavorando. La provincia, oltre ad essere più accessibile in termini di spazi espositivi rispetto alle città, ha certamente un grande potenziale inespresso e ce ne siamo accorti quando abbiamo iniziato a fare corsi online e potendola raggiungere in modo più capillare, anche se in modo virtuale. Un altro indicatore che fa ben sperare è il numero di professionisti che si stanno affermando nei piccoli centri nel mondo della miscelazione, senza parlare della ristorazione, su cui con la nostra proposta Whisky Gourmet puntiamo molto.

Come va la partecipazione femminile agli eventi dedicati al whisky?

Credo che i tempi siano oramai maturi per non evidenziarla nemmeno più come una particolarità, visto l’interesse crescente. Siamo partiti da uno stereotipo di bevitore di whisky che lo sorseggia in un tumbler di cristallo, seduto di fronte al camino e con la pelle d’orso sotto i piedi. Il modello edonistico degli spot degli anni ’80 ha lasciato spazio a una realtà molto giovane e dinamica con una presenza femminile massiccia e qualificata. Quello che abbiamo visto a Como è, di fatto, la nuova generazione di bevitori con tanta voglia di scoprire e senza stereotipi. Direi che non vi è oramai molta distinzione di genere tra i consumatori di whisky, considerato anche che in ambito professionale, sommellerie e dell’ospitalità, vi è la medesima tendenza, senza parlare di quello che succede in Scozia dove le donne Master Blender sono sempre di più e ci sono brand ambassador bravissime, rispettate e qualificate. Dopo questa ondata di ottimismo devo aggiungere purtroppo ancora si sente dire da molti addetti ai lavori: “questo è un whisky femminile”, la cosa mi sconcerta e mi fa innervosire.

Un’istantanea sul vivace panorama degli imbottigliatori indipendenti italiani

Possiamo dire che il single malt sia colpa degli italiani. Abbiamo di fatto creato il collezionismo grazie a una combinazione straordinaria di bar, negozi, ristoranti, importatori, selezionatori e, appunto, imbottigliatori indipendenti. Grazie a loro tante distillerie sconosciute, diamanti grezzi, sono arrivate fino a noi. A Silvano Samaroli piaceva dire che il suo mestiere era interpretare il prodotto per imbottigliarlo al momento giusto. Agli storici Samaroli, High Spirits (Nadi Fiori, già col marchio Intertrade), MaSam (Maryse Samaroli), Wilson & Morgan (Fabio Rossi), Sestante/Silver Seal (prima Rino Mainardi e poi Max Righi) si sono affiancati nuovi attori che si stanno facendo valere. Cito Hidden Spirits (Andrea Ferrari) e Valinch & Mallet (Fabio Ermoli/Davide Romano) che da diversi anni si fanno valere anche a livello internazionale, ma ci sono tante altre realtà interessanti che stanno avanzando. Il problema è che ho dimenticato certamente qualcuno e spero non mi righino la macchina.

Se c’è, secondo te, qual è il confine tra sperimentazione e snaturamento nella produzione del whisky? oppure vale la regola che non esistono regole?

Per poterti rispondere in modo esaustivo la devo prendere un po’ larga ma provo a essere sintetico. Il cibo, incluso il bere, è l’incontro tra natura e cultura. Natura e cultura sono multiformi, multicentriche e in continuo movimento. Chi si appassiona a qualcosa ha la tendenza a perdere un po’ di razionalità e urlare all’abbandono della tradizione al minimo spostamento di orizzonte, pensando di essere il detentore di quella passione. Anche volendo, non si potrebbe produrre esattamente un whisky come 50 anni fa, anche se qualcuno, tipo Dornoch, ha iniziato a provarci. Tante cose sono cambiate, non solo in peggio devo dire. Proprio per questo con il trascorrere degli anni cerco di usare sempre meno la parola “tradizione” in quanto spesso è figlia di quello che lo storico Marc Bloch chiamava l’idolo delle origini. Prendiamo le botti ex bourbon nel mondo del whisky, oramai sono parte integrante del mercato, ma non lo erano mezzo secolo fa. Chi rinuncerebbe ora a queste botti? La tradizione non è altro che un’innovazione che ha avuto successo

Dall’altro lato abbiamo le regole che servono per tutelare i consumatori e l’industria per proteggersi. Le regole e le normative inseguono quello che succede sul mercato, arginano un potenziale problema. Il disciplinare dello Scotch Whisky segue i cambiamenti che avvengono e cerca di porre freno a pratiche che l’industria ritiene dannosa. I finish sono stati limitati da un recente aggiornamento del regolamento dopo anni di piena libertà. Il Giappone non aveva regole finché ha capito che questo lo stava danneggiando verso i mercati regolamentati, la Scozia fece lo stesso con qualche decennio d’anticipo, ma fino agli anni Sessanta non vi era una vera e propria categoria dei whisky di malto.

La tutela e il rigore sono sempre un bene? Il disciplinare scozzese pone anche delle rigidità. Pensiamo ai Rye, i whisky di segale, una categoria molto in voga e che offre anche prodotti interessanti. Per lo Scotch Whisky è una categoria che non esiste: o si fa un Grain Scotch Whisky o si etichetta come Rye senza menzionare né la parola whisky né l’origine scozzese. Gli Stati Uniti hanno un disciplinare rigidissimo su alcune categorie come il Bourbon, ma possono chiamare Whisky qualsiasi cosa esca da un mashbill di cereali. Tra sperimentazioni riuscite, recupero di vecchie tipologie di cereali e aberrazioni tecnologiche che possono spaventare, si trovano prodotti straordinari che non avrebbero mai potuto essere partoriti in Europa

Ho fatto una lunga dissertazione, ma avrei potuto semplicemente dire che per me è sempre il bicchiere che deve parlare.

Se potessi investire, su quale distilleria punteresti?

Credo di essere la persona meno indicata a dare suggerimenti d’investimento in quanto non ho mai comprato bottiglie con quello scopo e sono troppo disordinato per fare il collezionista. L’esplosione dei prezzi di alcune ben note distillerie ci dà la possibilità di approcciarne altre meno note e più accessibili. Tra i carneadi c’erano Bunnahabhain, Ben Nevis, ma stanno pian piano guadagnando terreno e anche le bottiglie iniziano, purtroppo, a rincarare o a essere difficilmente reperibili.  Le nuove distillerie stanno vendendo facilmente tutte le loro release, nessuna esclusa. Vedo comunque in grande ascesa Glenallachie ma non è un caso visto quello che Billy Walker è riuscito a fare con GlenDronach e BenRiach. Vorrei elencare molte distillerie che amo ma non è detto che siano un investimento e non essendo un influencer non posso nemmeno specularci.

Chiara Marinelli

Chiara Marinelli (@chiara_marinelli), classe 86, laureata in Filosofia. Appassionata di Metafisica, Whisk(e)y e del buon bere, ha sempre approcciato il mondo degli Spirits e della Miscelazione attraverso il suo background poliedrico e trasversale.

Responsabile della didattica e docente della Roma Whisky Academy targata Roma Whisky Festival Chiara ne coordina le attività formative e degustative durante tutto l’anno. Come Whisky Specialist collabora con W&Co, lo show room romano di Via Margutta 28, e con Oro Whisky Bar

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